Fabrizio Buratto (Alessandria, 1974) vive e lavora a Milano. Ha studiato in camera sua ad Alessandria, ma ha fatto l'Università a Genova come pendolare, laureandosi in Storia con una tesi su Fantozzi. È stato fotografo, critico cinematografico, disoccupato, giornalista, studente in corsi del Fondo Sociale Europeo, stagista, operatore di ripresa, disoccupato, assistente universitario, docente in corsi del Fondo Sociale Europeo, disoccupato, grafico, redattore televisivo, ecologista, obiettore di coscienza. Ora è anche scrittore. Ha pubblicato Fantozzi. Una maschera italiana (Torino, Lindau, 2003).  Curriculum atipico di un trentenne tipico è un curriculum vitae diverso da tutti gli altri, in cui le voci non rimangono dati asettici, ma devono lasciare spazio ai ricordi, ai sentimenti, alla fantasia e alle speranze. A tutto ciò, in altri termini, che solitamente un datore di lavoro non solo non vuole sapere, ma pretenderebbe non esistesse nemmeno. E' perciò il racconto di un mondo del lavoro in cui solo l'ironia riesce a stemperarne la crudezza e in cui, come avverte l'autore, «ogni fatto, personaggio, situazione, purtroppo è reale.» Vorrei iniziare a bruciapelo. Costituzione Italiana, Principi fondamentali, art. 1: «L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro». Rispondo rubando una battuta a Beppe Severgnini, il primo che ha parlato del mio libro sul Corriere della Sera: l’Italia è una repubblica fondata sullo stage. Una società in cui, come è sottolineato già nel risvolto di copertina, la tua generazione, diciamo quella degli attuali trentenni, è la prima ad avere una prospettiva di futuro peggiore della generazione precedente Già, chi è stato adolescente negli anni Ottanta aveva aspettative assai diverse. I miei, che non hanno avuto l’opportunità di studiare, mi dicevano: "studia, fai i sacrifici e vedrai…” Le nascenti TV private imponevano il sogno consumistico e Drive In era il punto di riferimento. Nessuno di noi avrebbe mai creduto di trovarsi oltre i tren'tanni senza un lavoro sicuro e la possibilità di accendere un mutuo per comprar casa. Emerge con forza, a fronte della precarietà costante, dell'incertezza continua, la percezione di una riduzione delle possibilità di scelta e delle decisioni da prendere, tant'è vero che arrivi a dire: «Ma qui si tratta della vita - e della mia per giunta - dove non è dato di decidere un bel niente. Mai» Questo è un discorso che va al di là della precarietà lavorativa, un discorso che definirei esistenziale. Anche quando crediamo di scegliere, in realtà non scegliamo quasi mai. Proprio a partire dai dati che aprono il nostro curriculum e che io ho ampliato in un’indagine dentro me stesso. Sto parlando del nome e del cognome, del posto in cui nasciamo, dell’epoca storica e della condizione sociale. E non scegliamo neppure le nostre attitudini e i nostri gusti. Quasi a conferma di ciò, ritorna spesso l'immagine del carcere: all'inizio del libro, dove sei per lavoro, e soprattutto nel viaggio in treno verso Genova, dove, mentre ti muovi alla ricerca di uno scompartimento libero, notando che tutti sono occupati da una sola persona, ti descrivi come un secondino che controlla le celle. Tra l'altro, forse il passo più bello, da un punto di vista letterario, del libro. E’ vero; l’esperienza di entrare in un carcere-quartiere come Le Vallette di Torino per me è stata molto forte. Per arrivare nel cortile interno dove i detenuti facevano la recita che dovevo riprendere, bisognava superare sei cancelli, subito chiusi di volta in volta dai secondini, e percorrere un corridoio semibuio. Credo che ciascuno, per diventare quello che è, debba scoprire e seguire “il demone che tiene i fili della propria vita”, come lo definiva Max Weber. Per fare un esempio: mi ero iscritto a Giurisprudenza, pur sapendo che non faceva per me, ma genitori e professori spingevano “perché così trovi un lavoro”. Me ne sono scappato dopo un anno, e questa decisione, ferma, è stata fondamentale per la mia vita. Ora non ho un lavoro sicuro, ma almeno ciò che faccio mi rappresenta, mentre alcuni miei compagni di liceo che hanno preso strade obbligate o si sono persi o sono persone infelici. E comunque solo tre di loro hanno un lavoro fisso  Per chi l'ha soltanto guardato, e non studiato, Fantozzi è stato soprattutto una scoperta: la coscienza non solo che anche gli impiegati erano vessati tanto quanto gli operai, ma che un'intera vita di lotte e sacrifici non aveva prodotto altro risultato che nuove sofferenze e umiliazioni, nuove forme di coercizione e sottomissione. E' come se Marcovaldo avesse perduto il suo lato ingenuo e fiabesco sconfitto dalla crudeltà e dal cinismo del mondo circostante. La tua domanda deriva dal fatto che io mi sono laureato con una tesi su Fantozzi dal titolo “Fantozzi, una maschera italiana”, pubblicata da Lindau. La classe impiegatizia rappresentata da Fantozzi è in via di estinzione. Non c’è più nessuna differenza fra un operaio e un impiegato: prendono lo stesso stipendio, guardano le stesse cose in TV, vanno a fare la spesa nello stesso ipermercato. Il guaio dei colletti bianchi è che, a differenza degli operai, erano a stretto contatto con il “potere”. Dunque, pensando di ottenere benefici da questa posizione di privilegio, non hanno mai avuto la forza e il coraggio di darsi un’organizzazione ed una coscienza di classe. Fantozzi prova a ribellarsi quando scaglia il pietrone contro la vetrata della megaditta, alla fine del primo film omonimo. Ma rimane un gesto isolato e, giunto al cospetto del megadirettore, si fa convincere dalla sua ipocrita benevolenza a tal punto di offrirsi come triglia per il suo acquario. Fantozzi ha l’innocenza di Marcovaldo ma, a differenza del personaggio calviniano, si fa coinvolgere dai diktat della società consumistica. Ma Fantozzi non si arrende: malgrado tutto è comunque felice, vuole fortemente essere felice. Vuole essere felice, ma non ce la fa perché, come mi ha confermato Villaggio, è vittima del consumismo. Lo vediamo, con l’inseparabile Filini e i colleghi, andare in settimana bianca, giocare a tennis, andare a pesca, a caccia, in gita col camper ed avere in tasca un telecomando a 99 canali. Per seguire questo stile di vita, che dovrebbe condurlo alla felicità, si indebita firmando continue cambiali. Ovviamente sono beni surrogato, che non lo conducono alla felicità ma alla spasmodica ricerca di essere come gli altri, e dunque accettato. Ma Fantozzi non sarà mai come gli altri perché nella sua innocenza è molto critico, tendenzialmente anarchico. Per questo la società ed i colleghi tendono ad isolarlo. Un sistema morale in cui Capitan Harlock e Fantozzi hanno soppiantato Marx e Che Guevara? In casa mia i primi libri ad entrare sono quelli che ho portato io. Non avevo modelli e sovrastrutture, per fortuna, dunque i miei miti erano Capitan Harlock e Fantozzi che, a ben vedere, sono molto educativi. Mentre Marx e Che Guevara conducono ad ideologie pericolose. Tutte le ideologie lo sono. I ragazzi fieri di indossare la maglia del Che, probabilmente non sanno che (scusa il gioco di parole) il loro mito ha fatto ammazzare alcuni suoi soldati dissidenti. Era un guerriero del resto, e io sono un pacifista. E in questo sistema che ruolo hanno i precetti che citi: «1) Alla sconfitta con entusiasmo; 2) Vivi lievemente al di sotto delle tue possibilità; 3) Vivi nel dissenso» Sono i precetti “avuti in dono” da Arnaldo Bagnasco, professore di sociologia, autore e conduttore televisivo, amico di infanzia di Villaggio e De Andrè. Nel libro li analizzo e li commento. Sto cercando di seguirli, a fatica i primi due, per il terzo credo di essere geneticamente portato… Leggendo il tuo libro non ho potuto fare a meno di ricordare una poesia di Wislawa Szimborska, Scrivere un curriculum. I motivi sono più d'uno e sarebbe fuori luogo riprenderli tutti. Tuttavia, la poesia della Szymborska inizia dicendo: «E' necessario scrivere una domanda, e alla domanda allegare il curriculum». Appurato che il tuo curriculum è tutt'altro che ortodosso e sicuramente inadatto ad corredare una domanda di lavoro secondo i criteri vigenti, vorrei chiederti: a quale domanda potresti o vorresti dunque allegarlo? Alla domanda di essere ascoltato. Il mio è uno sfogo nato da un’esigenza di scrittura che ho sempre sentito combinata alla rabbia e alla frustrazione di non ricevere quasi mai risposta alle decine e decine di curricula spediti. Ti ringrazio di avermi fatto conoscere questa bellissima poesia, che ad un certo punto dice: “Sorvola su cani, gatti e uccelli/cianfrusaglie del passato, amici e sogni”. Ecco, nessun direttore del personale, nessun responsabile delle risorse umane, ti domanderà mai di queste “cianfrusaglie del passato”, fondamentali per la conoscenza di un individuo. Per questo, nel mio “Curriculum atipico”, ho inserito anche quelle voci che non compaiono in un curriculum ortodosso: una giornata d’infanzia, un incontro che può cambiare la vita, una riflessione. Vorrei precisare come il mio libro non sia concentrato sull’aspetto lavorativo, ma guardi me stesso, e di conseguenza chi si trova nelle medesime condizioni, da vari punti di vista. Una curiosità: la giochi davvero la schedina di Fantozzi? L’ho giocata per anni. Una volta ho fatto 11, i 13 non venivano pagati per la sospensione di una partita, e ho vinto 12.800 lire. Sono andato due volte al cinema. Vorrei spiegare per i profani che, l’episodio della schedina di Fantozzi, si trova in uno dei libri, poi trasportato su pellicola nel film “Ho vinto la lotteria di capodanno”. Nel racconto in questione, Fantozzi e Filini giocano da anni la stessa colonna. Ovviamente, quando esce, uno dei due si dimentica di giocarla e perdono un sacco di soldi. Forse è capitato anche a me. Negli ultimi mesi mi sono dimenticato parecchie volte, ma non ho avuto il coraggio di verificare… Nel libro parli spesso del desiderio di avere tempo di fare tante cose, tra cui leggere, ma a parte una viaggiatrice che forse sta leggendo Herman Hesse e la precisazione che i primi film di Fantozzi sono tratti da libri, non citi nessun libro o autore. Quali sarebbero i libri che ti porteresti su un'isola deserta? Prima di tutto un libro per un corso di sopravvivenza perché altrimenti morirei di fame dopo un paio di giorni e non potrei rileggermi i libri che mi sono portato, ovvero: “Le operette morali” di Leopardi, “La giornata di uno scrutatore” di Calvino e “Il deserto dei Tartari” di Buzzati. |