Massimiliano Martines (Galatina 1974) vive e lavora a Bologna. Artista versatile e poliedrico è stato attore negli spettacoli Fuoco centrale del Teatro Valdoca, Tempesta e Iliade del Teatrino Clandestino. Con deicalciteatro, compagnia da lui fondata, ha realizzato Sul fondo, vincitore della sezione teatro del premio del Comune di Bologna Iceberg ’98, e nel 2000 Un Pinocchio spericolato. Autore di video, Sangue cattivo è il suo ultimo lavoro. Ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie Della sete dell’anello (Manni 2000), con prefazione di Roberto Roversi e postfazione di Mariangela Gualtieri.
Ho scritto ti amo sullo specchio (Bologna, Pendragon, 2006) è la seconda silloge poetica pubblicata da Massimiliano Martines. Sono versi ruvidi e spigolosi, a volte ululati e ruggiti. Versi abitati da “vecchie pantere, cavalli, topi, mucche”, dove è facile anche incontrare netturbini e casalinghe, supermercati, cornetti e cappuccini, bettole e scantinati. Una poesia che sgorga da una quotidianità le cui immagini deflagrano, disgregate e ricreate, per riportarci a una realtà viva e pulsante.
 Ho scritto ti amo sullo specchio esce a circa sei anni di distanza dal tuo primo volume di poesie, Della sete dell’anello. Quali sono gli elementi di continuità, e quali le differenze tra la nuova silloge e la precedente? Ciò che unisce le due raccolte è sicuramente un senso di rabbia per le cose che non vanno di questo mondo, ma se nella prima raccolta tutto era incentrato sul mio ego e su mie personali difficoltà, in questa nuova pubblicazione il tiro si allarga e il patimento segue un altro percorso nella partecipazione all'altrui sofferenza: la passione diventa compassione, per dirla con una efficace formuletta. Altro elemento comune tra le due opere mi pare sia la ricerca, non del tutto risolta (e guai se lo fosse!), di una lingua originale, avulsa da ruffianerie accademiche e sterilità sperimentali, un codice espressivo che non si concluda nella formalità estetica ma che al contrario si faccia carico di dannate verità. La differenza che maggiormente mi pare di notare è nella padronanza del me e delle sue conflittualità, cosa che in Della sete dell'anello si poteva leggere solo in filigrana, per via di una naturale acerbità.
La tua poesia sembra quasi nascere per accumulazione dei versi, sino a raggiungere anche lunghezze insolite per la poesia contemporanea. Assistere ai tuoi reading, sentirti recitare e interpretare le tue poesie induce a pensare che ciò sia dovuto anche alla tua esperienza di attore e alla tua capacità di interprete. È un’impressione corretta? L'esperienza del teatro è per me ancora viva, mi ha segnato profondamente, nel bene e nel male, sebbene tendo a vedervi un aspetto fortemente negativo. Il teatro mi ha sottratto molte energie, eppure mi ha dato modo di esercitare il cuore e i sensi, mi ha in un certo senso affinato talentuosamente. Ho un concetto moderno dell'artista, fuori dal becero meccanismo borghese per cui si è il ruolo che di volta in volta si riveste. Ho sempre provato un gran disagio ad etichettarmi attore, regista, poeta, drammaturgo, ... Non sono niente di tutto ciò e, contemporaneamente, sono ognuna di queste cose, ma in una dimensione ludica e sadomasochistica al tempo stesso. Il vero teatro è la mia vita di ombre, luci e sfumature. I personaggi di questo teatro sono i miei tanti, riconoscibili, insopprimibili Io. Ce n'è per tutti! Dal punto di vista tecnico il teatro mi offre una tavolozza molto ricca sia nella ricerca delle parole della scrittura, sia nella loro resa interpretativa: l'essere poeta raggiunge una completezza inusuale, in quanto alle voci del mio sentire fanno eco le tante voci del mio corpo.
Veniamo ai contenuti. Sebbene sia percepibile una forte presenza dell’io dell’autore, non vi è mai una semplice esibizione di autobiografismo. Anzi, vorrei sottolineare come vi sia sempre una forte reazione, in senso chimico, con il mondo della quotidianità così come con quello della tradizione, sociale e familiare. Il mio Io è il mio più acerrimo nemico e al contempo la mia più grande opera d'arte. Torno al teatro per renderti esplicito questo mio pensiero: la prima volta che si va in scena, solitamente, si gode di uno stato di grazia particolare e non mi riferisco a un'eccellenza della prestazione, quanto piuttosto a una qualità dell'energia, a una freschezza, a un incanto paragonabile con niente al mondo. Ebbene, l'attore col passare del tempo acquisisce tecniche, esperienza, maturità, ma fatica a ritrovare quella gioia aggraziata, lavora come un beduino tutta la vita nella speranza di far scoccare nuovamente quella scintilla. Ci riuscirà, non ci riuscirà? Ho sentito dire che solo nella vecchiaia, alla fine della propria carriera, si raggiunge quello stato iniziale di grazia, solo quando si è diventati talmente bravi da non avere più la preoccupazione della prestazione e tutto scivola come olio sulla pelle di un bambino. Dunque il mio Io più vero è il mio primo Io, l'Io dei primi movimenti, il più libero e sincero. Nel dispiegarsi del tempo e dello spazio ho perso lo stato di grazia del mio primo Io, che ancora sto cercando, pur fra tanti falsi movimenti. Essendo questo Io materia del mio patire, non posso che odiarlo con tutto me stesso ed accanirmici contro, aggredendolo come fa lo scultore con la pietra viva. L'Io, dunque, inteso come somma di esperienze personali e collettive, è la materia sulla quale lavoro, non saprei di cosa parlare altrimenti, se non di tutto ciò che la mia sensibilità e il mio sguardo hanno già catturato e assorbito: ed è questa la zavorra che tento di abbandonare nella prospettiva del ritrovamento del mio Io primigenio e aggraziato.
Si inseriscono in questo contesto i numerosi rimandi e citazioni alla musica? Musica di tutti i generi, quasi che si trattasse di una presenza costante nell’incontrare il mondo più che una scelta e una dichiarazione di preferenze vere e proprie. Sì direi che la musica, soprattutto quella leggera, rappresenta un punto fermo, strutturante direi, della mia poetica. Guardo ad essa con estrema simpatia per via di una consonanza costituzionale, nel senso che la canzone, a prescindere dai generi e dalle tendenze, ha molti punti in comune con la poesia. La canzone è in molti casi una forma diluita di poesia e la poesia è una forma addensata della canzone. In quanto poeta che capta voci e sensazioni, non posso, vivendo, tralasciare il fatto che l'etere continuamente vibra di musiche molto leggere e talvolta anche molto belle. Poi nel mio lavoro c'è il tentativo di rielaborare il popolare in una chiave contemporanea, lontano dai freakettonismi e dalle esercitazioni museali. C'è una frase di Rimbaud, che è la mia stella polare, che recita più o meno così: “Bisogna essere assolutamente moderni”.
E, permettimi il gioco di parole, tu intendi l'essere moderni con l'essere assolutamente contemporanei al proprio tempo, se non addirittura, almeno un po' in anticipo? La frase che ho citato di Rimbaud è stata il motto di un'intera schiera di cineasti, quelli della Nouvelle Vague, e fu rispolverata (se non erro) da Jean-Luc Godard. Questi cineasti furono più che moderni, in molti casi sollecitarono innovazioni nel linguaggio cinematografico che ebbero effetto solo anni dopo la propria comparsa, perché, evidentemente, avevano visto molto in avanti. Non trascurarono in alcun modo, però, l'importanza del passato, ovvero di ciò che li aveva innovativamente preceduti, come ad esempio la magistralità di Fritz Lang o di Alfred Hitchcock. Tornando alla fonte: Rimbaud fu appellato come il poeta veggente e il vero poeta lo è sempre in quanto vede al di là dell'immediato presente, pur essendoci immerso fino al collo. Egli è dentro alla contemporaneità, alla stessa maniera di come è dentro a ciò che è già trascorso, questo gli permette di percepire il proprio e l'altrui futuro, il mistero, l'indefinibile . Il presente e il passato, in quanto conosciuti, rappresentano una gabbia dentro alla quale confinarsi.
.JPG) Nella postfazione, Roberto Roversi sottolinea come la tua poesia sia venata da un costante sentimento di “rivalsa contro le avidità del mondo”. Sei d’accordo? E soprattutto che cosa dobbiamo intendere per “avidità del mondo”? Roversi è sempre molto generoso nei miei confronti, gli devo tanto! Non ho difficoltà a riconoscere nella mia poesia un forte accento politico e polemico, al contempo, nei confronti degli egoisti: li conosco troppo bene, essendolo anch'io, per non odiarli e smascherarne le oscenità. Le “avidità del mondo” sono riconducibili ad un sistema di pensiero molto economico e molto occidentale, incentrato sul culto del denaro e del potere. E' il difetto caratterizzante la globalizzazione a cui nessuno, neanche la cultura orientale o africana, riuscirà a sfuggire.
Per concludere: quali libri ti porteresti su un’isola deserta? Me ne porterei almeno quattro: Una stagione all'inferno di Arthur Rimbaud, Camere separate di Pier Vittorio Tondelli, Così parlò Zarathustra di Friedrich Nietzsche e Aut aut di Soren Kierkegaard. |